Σάββατο, 30 Δεκεμβρίου 2017

L’Epoca d’Oro della Sicilia Musulmana: Un Falso Storico [parte 1o] / Η χρυσή ιστορική εποχή της Μουσουλμανικής Σικελίας, Ένα ιστορικό ψέμμα [μέρος 1ο]



L’Epoca d’Oro della Sicilia Musulmana: Un Falso Storico [parte 1o] / Η χρυσή ιστορική εποχή της Μουσουλμανικής Σικελίας, Ένα ιστορικό ψέμμα [μέρος 1ο]


Affrontare l’esame della presunta epoca d’oro della Sicilia musulmana è estremamente complesso. Di solito, in un tripudio di approssimazione storica, viene liquidata come un’epoca di grande avanzamento scientifico, culturale, nonché di concordia e tolleranza fra popoli diversi. In questo modo, da un secolo e mezzo si perpetua il mito di un’epoca mai esistita. C’è stata una dominazione araba della Sicilia ma fu, come la maggior parte delle dominazioni, particolarmente dura per la popolazione autoctona.
A volte basta una sola bugia, un solo falso, a sconvolgere completamente la nostra conoscenza di un determinato periodo storico. Si parla ancora oggi della famosa Donazione di Costantino, mentre solo pochi curiosi ed eruditi sono a conoscenza del Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi di Giuseppe Vella.
Si tratta di un volume che riporta tutti i fatti avvenuti nella Sicilia Musulmana fra l’inizio del IX e la seconda metà dell’XI secolo.
Ed è anche uno dei falsi più clamorosi della storiografia moderna.
Il mito della Sicilia Musulmana, isola di concordia e progresso-scientifico culturale, nasce con questo documento, falsificato per intero dal nominato Giuseppe Vella, un gerosolimitano che conosceva il maltese e aveva qualche nozione di arabo. Incredibile a dirsi, fu proprio uno dei suoi maggiori detrattori, lo storico Michele Amari, a perpetuare il mito del periodo d’oro islamico.
L’estratto dell’opera di Vella da cui nasce il mito della sicilia araba.
Vella fu sbugiardato da altri storici contemporanei e successivi (come Bartolomeo Lagumina). Il fisico e storico Domenico Scinà gli dedicò anche un libello d’accusa, L’Arabica Impostura, e lo considerò sempre un vero ignorante, uno che «con accento maltese pronunziava un bastardume di linguaggio arabo, anzi una lingua tutta propria di lui». Come ben scrive la cultrice della materia Fara Misuraca (sull’argomento, vedi anche: Giuseppe Giarrizzo, Cultura ed Economia nella Sicilia del Settecento, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1992):
    Dal codice tradotto dal Vella si evinceva che non erano stati i Normanni a fondare la storia moderna della Sicilia ma gli Arabi. Da qui l’uso politico del “codice” che avrebbe potuto sottrarre all’influenza di Napoli i nobili siciliani. Analizzando questo aspetto dell’impostura riesce difficile credere che il Vella abbia architettato tutto da solo.
Questo falso storico si propagò velocemente attraverso gli scritti di altri storici dell’epoca, e l’opera del Vella ebbe anche la dignità di una sontuosa stampa in tedesco. Fuori dai confini italiani (o, meglio, siciliani) le numerose prove della falsificazione operata da Giuseppe Vella arrivarono con minore intensità e, in alcuni casi, non giunsero affatto, portando anche gli storici europei a rivedere 
la storia delle conquista islamica della Sicilia.
Frontespizio dell’edizione tedesca del falso di Giuseppe Vella
A differenza di Vella, qualificabile solo come cialtrone, Amari era uno storico che sapeva lavorare sulle fonti. Purtroppo però, nella redazione della sua opera sulla Storia dei Musulmani di Sicilia, fu pervaso da un sentimento di odio politico verso i Borbone e il cattolicesimo.
La sua vicenda ricorda quella di tanti altri storici e pensatori, italiani ed europei, che fabbricarono de facto la cosiddetta Leggenda Nera. Una visione distorta del medioevo europeo che molti storici moderni si sono lasciati alle spalle.
Alla base dell’Epoca d’oro Islamica abbiamo quindi un falso conclamato, quello di Vella, e l’opera di uno storico ben preparato dal punto di vista della ricerca delle fonti e delle competenze linguistiche. Questi però aveva tutta l’intenzione di dimostrare come la linea di governo del sud, che dai Borbone andava indietro fino ai Normanni, fosse stata meno capace di quella islamica dei secoli IX-XI.
Le scuole del neonato Regno d’Italia, di cui l’Amari fu uno dei fautori, attinsero a piene mani da questo corpus. Una continua circolazione di menzogne che è giunta quasi intatta fino a poche decadi fa.
Al sentimento antiborbonico si unì infatti la repulsione degli statisti laici verso tutto ciò che riguardava la Chiesa. E il modo migliore per colpire la Chiesa era proprio mostrarne l’oscurantismo rispetto all’altra fede diffusa nel Mediterraneo, l’Islam.
Per meglio comprendere le posizioni politiche di Amari, è necessario procedere con un breve excursus. Dopo aver partecipato, appena quattordicenne, ai moti siciliani del 1820-1821, l’Amari fu graziato dai Borbone (a differenza del padre, che fu condannato all’ergastolo).
Attorno al 1840 decise di raggiungere Parigi per sfuggire alla persecuzione dovuta alla pubblicazione della sua opera La Guerra del Vespro. Qui incontrò personaggi come Giovanni Berchet e Atto Vannucci (un altro storico di cui farò menzione), tutti uniti da un forte spirito patriottico che tendeva verso un’Italia unita e laica.
Spinto dall’interesse per le fonti arabe e interessato a dimostrare che, in fondo, il periodo della dominazione araba non potesse essere stato peggiore di quello romano e  bizantino) o delle costrizioni imposte dalla Chiesa (Romana e Ortodossa), l’Amari imparò l’arabo grazie all’aiuto di Joseph Toussaint Reinaud.
Le prime righe dell’opera di Michele Amari mettono subito in chiaro la sua intenzione di corroborare i contenuti del falso di Vella.
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